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DESIGNSTORIES: ODOARDO FIORAVANTI


Odoardo, 44 anni

Professione: Designer



“Se mi chiedessero di definirmi in una sola parola e dovessi scegliere tra disegnatore, pensatore o progettista, risponderei che sono una persona che pensa.”



Odoardo Fioravanti si definisce anche smanettone, nativo digitale, collezionista e fissato per gli utensili storici da giardino.


Per noi è un grande designer di prodotto, ma non solo.


Fioravanti ha un approccio alla disciplina profondo ed esemplare, una capacità di raccontare e raccontarsi che ci ha ispirato e aperto la mente.

Un’attitudine innata ad esplorare ciò che lo circonda sia come creativo che come persona.


Ha collaborato con brand come Pedrali, Normann Copenhagen, FontanaArte, Casamania, Flou, Foscarini, Land Rover, ha vinto premi nazionali e internazionale. La sua umiltà, accoglienza e passione ci hanno fatto apprezzare ancora di più il suo operato e la sua dedizione.



Com’è nato il tuo studio e come si è sviluppato in termini di persone e spazi?


“Ho sempre lavorato, fin dal primo anno di università; ho partecipato a molti concorsi e mi sono messo alla ricerca dei primi clienti fin da subito.

Possiamo dire però che lo studio è nato nel febbraio 2006, all'interno della mia prima casa a Milano. Negli anni si è spostato in altri luoghi e altri spazi, oggi è tornato qui, dove tutto è iniziato.”


Quella che prima era la camera da letto oggi è la stanza che viene utilizzata per progettare, accogliere i clienti, esporre le collezioni e i prodotti che negli anno ha prototipato e realizzato.

La cucina invece è lo spazio dedicato alla preparazione dei pranzi quotidiani con il resto del team. Beh diciamo che la sua funzione non è cambiata!


“Nel mio studio si condivide ogni cosa, si vive e si sperimentano tutta la filiera ed i processi.


Cambiamo spesso oggetti di studio; passiamo dalla progettazione di sedie, ai gioielli, alle borse, a strumenti tecnici, fino a filtri per l’acqua, rubinetti, maniglie, posate, strumenti ottici, attrezzi per il giardinaggio.


Questo permette ai giovani designer che lavorano qui di osservare e imparare molto, portandoli anche ad aprire propri studi.


Possiamo dire che il mio studio è un porto di mare, oltre che una grande famiglia.”



Come prendono forma i tuoi progetti?


“L’innesco del progetto succede sempre in modo diverso. Alcune volte partiamo da un modellino di carta, a volte da uno schizzo realizzato a mano, altre volte da un 3D, oppure da un prototipo realizzato direttamente in laboratorio.


Nella fase di progettazione inoltre, ritengo molto importante vivere, osservare e guardare gli oggetti; per questo li colleziono. Avere tanti oggetti diversi a portata di mano significa studiarli, analizzarne i dettagli, percepirli con il tatto, scoprire il nuovo.”



Ci racconti come si innescano i tuoi processi di ideazione e in quali luoghi?


“Raccontare il processo è molto complesso in quanto rappresenta un percorso interiore; ho due fasi di ideazione principali, una è creare criticità, l’altra è accendere l’idea.

La fase di creazione della criticità accade alla scrivania, perché comporta studio, ricerca, analisi, formazione di semilavorati mentali, riflessioni, disegni.


L’idea invece arriva nel momento in cui la mia mente è altrove; sul treno, in aereo, sotto la doccia. Questo accade perché nel momento in cui si è concentrati su altro tutta la criticità che si è creata prende forma.

Sono convinto che la creatività sia un processo mentale dove le componenti fisiche non sono altro che una risultante di quelle mentali.”



Cos’è per te il design?


"Fare design è un gesto profondamente culturale. Penso che ogni progetto dovrebbe avere un’eleganza intellettuale, che aggiunge agli oggetti un valore di carattere stilistico, concettuale, culturale.


Il design è una bellissima disciplina se fatta con passione, dedizione, poesia, amore, cura e cultura del progetto. Per fare il designer ci vuole tanto coraggio, determinazione e instancabile ottimismo.


Recentemente ho fatto un conto: nei primi 5 anni di carriera la probabilità di successo di un progetto era del 5%, poi piano piano con molta costanza ed entusiasmo i lavori sono aumentati.


Fare design significa anche avvalorare la disciplina di caratteristiche umane. Per questo ritengo che lo studio prima di tutto sia un luogo fatto di persone."



Un aneddoto della tua vita professionale?


“Quando ho presentato il mio primo progetto per Pedrali, Snow, (oggi diventato bestseller internazionale), il mio studio non esisteva ancora.


Mi sono recato presso Pedrali per presentare il progetto con due miei amici; la sera prima ci siamo preparati all’incontro inscenando i possibili andamenti della presentazione.

Lo rifarei ancora, è stato molto divertente e sopratutto è andato tutto a buon fine.”



Pensi che vivere e lavorare in uno spazio curato incida nel processo creativo?


Credo proprio di sì.

Quando entro in studio il lunedì e trovo tutto in ordine penso di poter iniziare in modo diverso, gli spazi influenzano moltissimo lo stato d’animo, anche se non saprei dire precisamente il perché.

Nella nuova casa dove mi sono appena trasferito con la mia famiglia per esempio, mi sento più sereno, lo spazio è più giusto per noi e l’ambiente esterno è vivibile in compagnia.”



Qual’è la tua idea di bellezza?


“La bellezza non è soggettiva.

Per me bellezza e giustezza sono caratteristiche coesistenti e continue degli oggetti, non esiste confine tra essere bello ed essere giusto.

Credo che la bellezza sia presente negli oggetti che fanno succedere qualche cosa di emozionante ed unico, non solo perché sono belli epidermicamente, ma perché hanno qualche cosa in più a livello di contenuto. Qualche cosa di speciale che li attraversa, un po’ come la forza di Star Wars.”



Il tuo pensiero rispetto ad un brand come Ikea?


"La forma delle case è cambiata grazie ad aziende come Ikea.


I paradigmi sono stati ribaltati; è la prima volta che una libreria costa meno di un libro, il ciclo di vita del prodotto si è abbreviato, è cambiata la forma dei progetti e del servizio.


Tutto è più disposable e questo comporta il crearsi di una cultura "usa e getta”; dall’altra perte però è possibile realizzare spazi e case sfruttando il mix-and-match degli elementi e dei componenti d’arredo.


Ikea ha reso disponibili i mobili anche solo per usi temporanei e ha dato un valore sociale potentissimo agli oggetti che produce.

Viviamo nel tempo in cui è cambiata anche la forma di come andiamo ad abitare gli spazi; in passato c’era solo un modo di vivere e arredare la casa legato alla classe sociale di appartenenza, oggi invece ogni casa può avere un suo stile.”



(immagini realizzate da © Ginger.Tall)


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